Non credo che la parola “straniero” avrà mai nuovi significati rispetto a quelli già acquisiti nella nostra società. Credo che la figura dello straniero, soggetto debole per eccellenza, sia funzionale alla società che lo accoglie: A volte può essere accolto bene laddove la terra di accoglienza ha sviluppato buone politiche di integrazione ed è proiettata verso il futuro, altre volte può essere percepito come elemento dissonante, bersaglio di facili strumentalizzazioni in società chiuse e conservatrici.
Forse sarà lo straniero stesso a “liberarsi” dalla scomoda posizione in qui si trova spesso. Lo potrà fare se assumerà pienamente il proprio destino o meglio le proprie responsabilità, se saprà sfruttare tutte quelle opportunità che una società democratica mette a disposizione di tutti, anche quando sembra malata di razzismo.
Se chi è o si sente straniero vivrà con più intensità e responsabilità il senso di cittadinanza, senza rinunciare alle proprie risorse tradizionali, allora diventerà un protagonista a tutti gli effetti e la società d’accoglienza non potrà che prenderne atto. Integrarsi in una nuova società non significa che si debba per forza rinunciare alle proprie radici culturali.
